lunedì 16 dicembre 2013

Il regalo

A quarant'anni mi sono regalato lezioni di canto. La cosa più stupefacente è che per quarant'anni sono stato convinto di essere negato per questo. Forse a parte una o due recite dell'asilo, devo aver dato per scontato che la natura non mi aveva dotato di tale accessorio. La musica mi ha sempre coinvolto in maniera costante, da sempre, e una persona che mi conosce bene mi assicura che una volta avrei detto "se potessi chiedere solo una cosa, solo una, chiederei di saper cantare". Poi già adulto inizio a suonare in una band, ma per gioco; poi, per sbaglio, canto una piccola parte. Poi un giorno si decide che, in mancanza di meglio, devo far finta di essere il front man. La prima canzone in cui mi cimento è pietosa. Gioco tutto sull'ironia, perché sono sempre convinto di non essere in grado di farlo. Una sera, dopo l'esibizione in un piccolo circolo, mi si avvicina uno e mi dice che gli è piaciuto il mio modo di cantare. Poi un secondo che mi chiede perché abbia cantato così pochi brani. Il terzo, ma a quel punto io non facevo già più parte dei comuni mortali, mi ha chiesto se potevo provare con la loro band il cui cantante aveva qualche problema. Mi sono montato la testa, è chiaro, e ne vado piuttosto fiero. Alle provo giro con una sciarpa per proteggere l'ugola e mi sto informando se sia possibile assicurare il mio nuovo prezioso strumento. Immodestia e vanità fanno parte della dote degli 'anta.

sabato 26 gennaio 2013

A zigo zago


La rinuncia al superfluo è stato sicuramente uno degli aspetti meno negativi di questa crisi economica. Personalmente mi sono disfatto di diverse cose materiali, tutti oggetti e comportamenti che non rivorrò   indietro mai più. Tra le altre cose, ho venduto la seconda auto ed io, Mari e il piccolo David ci spostiamo sulle due ruote praticamente tutta la settimana e a tutte le ore.
Muoversi in bicicletta in città è comodo, rapidissimo ed economico. Eppure in termini di salute rappresenta un assurdo paradosso comportamentale: si gira su un mezzo ecologico per far entrare nei polmoni più inquinamento che se si girasse in automobile: lo squilibrio è evidente. E' un  circolo vizioso che prima o poi qualcuno dovrà interrompere.
Ieri siamo andati a provare un accrocco di cui ci siamo invaghiti da un po' di tempo. La costruiscono negli USA; meccanica e materiali ottimi; perfetta per le città nord europee, divertentissima per i bambini. In Italia ha un solo rivenditore ( www.passegginobici.it ) che in quattro anni ne ha importate quindici (compreso quelle che ha in prova). Poi, da non sottovalutare, da noi anche il rischio di essere scambiati per dei marziani: poco, decisamente poco salutare...


mercoledì 28 novembre 2012

La fattoria

La Pederbona è quell'enorme complesso di capannoni, silos e odore forte, appena fuori dalla città, proprio a fianco della provinciale dieci. Allevamento di vacche, ma è difficile avvistare gli animali dalla strada. Non so perché ma l'ho sempre immaginato come un luogo cupo: animali allevati in batteria, in spazi ristretti, artificialmente nutriti e illuminati per produrre latte sfruttandone al massimo le risorse. Poi scopro che l'azienda organizza visite guidate per famiglie. Ci vado una domenica pomeriggio, col piccolo David che ho facilmente convinto pronunciando la parola trattore. E il trattore c'è davvero, lo troviamo subito all'ingresso, d'epoca, verde brillante, perfettamente rimesso a nuovo. Trasporta un carro attrezzato per i visitatori, ma il giro è appena terminato, siamo in ritardo. Però la ragazza che fa da cicerone non vuole deluderci. E' la figlia del dirigente aziendale, un tempo chiamato fattore. Dopo la laurea e un periodo trascorso fuori ora lavora in azienda anche lei, segue le relazioni esterne, il nuovo laboratorio di produzione di gelato, la fattoria didattica.
Ci fa visitare a piedi una parte dell'azienda. Gli animali nella loro quiete ci osservano chiacchierare amabilmente appoggiati ai recinti come al bancone di un lounge bar.
Dopo qualche settimana decido di tornare. La parola magica per David è sempre la stessa, trattore. Stavolta siamo in tempo, ma siamo gli unici visitatori: la temperatura ed il cielo proibitivi hanno scoraggiato  tutti. Ma Alessia non ha esitazioni, fa arrivare il roboante trattore con carro turistico a traino, solo per noi e l'esclusiva visita inizia proprio come ci fosse il tutto esaurito. Ormai ci sentiamo di casa: scendiamo nelle diverse zone, riconosciamo già qualche mucca, proviamo ad indovinarne il nome, mi aveva colpito il fatto che ognuno dei mille e duecento animali presenti, oltre che una sigla identificativa, ha anche un nome di battesimo. Nella zona parto e ispezioniamo la paglia asciutta delle quadrupedi gestanti, ognuna ha il suo recinto e un grande spazio, Alessia dice che hanno bisogno di tranquillità in questa fase. Lei ha due bambini, ne sa qualcosa di cosa di cosa vuol dire partorire. Poi la zona svezzamento, dove i vitellini scambiano  le mie dita per le mammelle; la sala mungitura, un concentrato di tecnologia e organizzazione dei movimenti. Manca solo la musica new age (lei dice che esistono stalle in nord europa dove viene diffusa pure quella). Di tanto in tanto incontriamo delle persone che lavorano lì. Qualcuno di loro ha una specie di turbante. Abitano in Pederbona, negli alloggi della vecchia corte. Con Alessia si scambiano intimamente domande di tipo personale: tuo figlio ha passato la verifica? La tua è si è divertita in gita?. Spesso sono solo i particolari che riescono a raccontano compiutamente un luogo e questo luogo è un bel posto, decisamente diverso da come me lo ero immaginato.

sabato 5 maggio 2012

Tra le e-righe

Una delle sfide del 2012 era il regalare, e soprattutto far utilizzare,  un ebook reader alla Mari, che è una di quelle persone alle quali la tecnologia non va a molto a genio. Questa particolare categoria di individui, pur rendendosi perfettamente  conto dell'importanza dei nuovi mezzi tecnologici, si trova semplicemente a disagio nel maneggiarne uno, uno qualsiasi. Erano a disagio con le prime agende elettroniche, i palmari, addirittura con le calcolatrici scientifiche. Figuriamoci adesso con i pc, i lettori mp3, i tablet, gli smartphone. L'antipatia è naturalmente reciproca: l'oggetto di solito si blocca, smette di funzionare, mostra anomalie che mai si erano verificate prima e che appaiono del tutto inspiegabili.
Ma il nuovo Kindle Touch di Amazon non è un ebook reader qualsiasi. Innanzitutto è bello. E' un piacere toccarlo, tenerlo tra le dita, girarlo, capovolgerlo. Poi ha un catalogo di libri (italiani) pressoché completo. Quasi tutti i grandi classici sono gratuiti. Con un tocco e pochi secondi di attesa si scarica il primo capitolo dell'ultimo best-seller, in prova gratuita. Se si vuole continuare a leggerlo, si acquista. A me è sempre capitato di abbandonare libri inutili già al primo capitolo. Come si vede? L'inchiostro elettronico è un portento d'invenzione; è come leggere su un'ottima carta,  è immune dai riflessi di luce ed il carattere si può ingrandire a piacimento. Appoggiando il dito su un termine ignoto si apre un fumetto con il dizionario: il desueto lemma è svelato ed un nuovo vocabolo si aggiunge alla lista di parole da sfoggiare al momento giusto. Si può sottolineare, scrivere una nota, mettere una piega, virtuale, alla pagina; forse non si riesce a scarabocchiare: ma come si fa ad avere ancor nostalgia del libro di carta?
Ogni volta che lo uso penso all'avvenire delle librerie tradizionali, luoghi dove comunque mi piace ancora andare ogni volta che posso. Certi prodotti editoriali avranno ancora senso tra i loro espositori, come i libri per bambini, le guide turistiche, i libri illustrati, i manuali. Girovagare tra i volumi, aprirli, curiosare tra le copertine, le biografie, sono ancora gesti che desidero portare nel futuro, ma per molte librerie, soprattutto quelle non legate ad una buona catena di vendita, non prevedo prospettive commerciali avvincenti. Quella del futuro (vicino) la immagino così: un luogo di svago, il caffè, il bar e internet come complementi essenziale, grandi spazi di lettura; appoggiando un libro sul tavolo si materializza un video nel quale l'autore si presenta oppure il traduttore parla dell'opera o un attore rivisita il classico; molti accessori in vendita, gadget, stampe, biglietti di concerti ed eventi teatrali.
Arrivo in camera e Mari è gia rapita dalla lettura. Con la mano che non usa per tenere il libro, si aggiusta il cuscino con un aria piuttosto soddisfatta. Preoccupato getto lo sguardo sullo schermo: tutto sembra funzionare normalmente. La mia temibile sfida sta forse per essere vinta.


giovedì 23 febbraio 2012

Leggero

Ventun'anni, quattrocentoquaranta amici su Facebook. I quattro con cui è arrivato in discoteca però, alla fine, lo lasciano a piedi perché fanno fatica a trovarlo. In tutto questo ci dev'essere qualcosa che non funziona.
E' una serata euforica, movimentata. Il locale è strapieno, tutti giovanissimi e con l'unico obiettivo di divertirsi senza mezze misure. Conoscere gente, non pensare a nulla, sentirsi leggeri. Eppure senza bere o senza sballarsi sembra impossibile socializzare. E' una serata speciale, ci sono diversi dj dislocati nelle varie sale ed è un peccato trattenersi solo in una tutta la sera. In ogni angolo del locale c'è qualcuno che conosce, è una forma di consolazione. Si abbracciano da fratelli di strada: vuol dire appartenere a quelli che stanno dalla parte giusta. Poi, terminato il rito, non c'è molto altro da dire. Quella flebile certezza è già una nuova desolazione. Forse girerebbe meglio bevendo un altro cocktail. Ma di gin ne mettono sempre poco questi baristi, e fanno pagare la consumazione come fosse oro. Conviene arrivare al locale già carichi, far alzare il livello alcolico altrove, a prezzi più modici.
La sua compagnia è rimasta vicino al tavolo che avevano prenotato. Lui fa capolino solo ogni tanto. Si fa vedere poi scappa di nuovo. Gli piace essere cercato. Gli piace fare finta di perdersi per poi essere trovato dai suoi amici. Lo fa sentire membro del gruppo, ed un gruppo che ti considera riempie davvero un bel po' di inquietudini. Almeno così gli sembra.
Quando si è leggeri il tempo passa senza che uno se ne renda conto. Data l'euforia iniziale aveva creduto di potersi scatenare fino al sopraggiungere della luce, ed invece alle tre di notte ha già la nausea di tutto e di tutti. Fuori, nel piazzale c'è un andirivieni di auto, molti ragazzi iniziano ad andare via. Qualche genitore è in attesa fuori dalla macchina; c'è gente che vomita nel parcheggio. La musica arriva in modo attutito, più per la confusione mentale che per le pareti insonorizzate della discoteca. La testa gira, poi c'è quel fischio continuo alle orecchie che fa da sottofondo a tutta questa bolgia infernale. Una sola certezza è tangibile adesso: il freddo. "Dove cazzo sono gli amici e dove cazzo ho perso il giubbotto", deve aver biascicato. Vorrebbe infilarsi in qualcuna di queste auto, una qualsiasi. Ma sono tutti estranei e a quest'ora l'eccitazione che serve a socializzare si trasforma in bieca indifferenza. A ventun'anni si può anche fare a meno di qualsiasi aiuto, anzi, affanculo tutti quanti, gli amici, gli estranei, il giubbotto e pure il freddo. Mentre si allontana a piedi dal piazzale asfaltato non ha una metà precisa nella sua testa, solo l'immagine delirante di se stesso che cammina solitario e ribelle.
L'aria della campagna di notte non ha nessun odore, la neve dei giorni scorsi li ha ibernati tutti al suolo. I passi sconnessi e sconclusionati si intrigano nella maggese, il corpo magro taglia il vento gelido senza generare alcun rumore. L'unico momento di lucidità è un istante di terrore, ma dura davvero poco. Sospiri che si impastano col fango.
Quando si è così leggeri il tempo passa veramente in fretta. E' trascorsa tutta la notte prima che tutti quelli che lo conoscono abbiano iniziato seriamente a preoccuparsi. E' bello essere cercati. E' già lunedì quando una delle squadre  arriva a battere la campagna  intorno alla discoteca. Il campo arato è una ricorrenza di segni e di sfumature troppo omogenee. A volte passano a rastrellare un tratto dove credono di essere già passati, invece non era vero. Le chiazze di neve residua che rompono il monotono quadro color terra prendono forme ogni volta differenti: di una nuvola, di un grosso bastone, di un corpo. Le grida di chi ci si imbatte irrompono e squarciano il pomeriggio ansioso, fanno sobbalzare e adunare di corsa tutti quanti. Anche se troppo tardi, gli piace essere stato trovato.
Quattrocentocinquanta amici su Facebook, ventun'anni, tante incertezze che però rimarranno tali. In tutto questo c'è davvero qualcosa che non funziona.

domenica 19 febbraio 2012

Scongiuri

Correre di domenica pomeriggio. Un orario insolito per me. Dopo tre settimane di stop forzato ne avevo bisogno, come un recluso della sua ora d'aria. Cercavo anche una risposta al mal di schiena che è misteriosamente comparso insieme all'influenza. Evitavo di parlarne, non volevo pensarci. Poi oggi il malessere psicologico è svanito, leggero come un sospiro. Di sollievo naturalmente. Reggo. La neve ha reso impraticabile il percorso sterrato che faccio di solito. Per non tornare a casa coperto di fango scelgo quello cittadino. Non c'è quasi nessuno in giro e gli scorci che vedo ogni giorno mi sembrano diversi. Qualche sera fa ho notato alcune persone che facevano running in orario notturno. Una nuova tendenza forse? Li ho osservati con invidia: riappropriarsi del tempo che durante la giornata viene sottratto da altri. Sentire la città più complice, scrutarla in  una prospettiva e in una veste insolita. Accorgersi di cose che di giorno non si sarebbero mai notate. Sentirsi padroni delle strade, degli spalti, delle piazze, dei marciapiedi. Restare coi propri intimi pensieri e con quel sottofondo di silenzio che solo la notte riesce produrre. Penso di farlo presto anche io.
La mia ora è terminata. Controllo il tempo al cronometro, niente male. Appoggio le mani ai fianchi e resto per un attimo a guardare la strada, soddisfatto. Poi le faccio scivolare dietro e tocco con entrambe la schiena. I muscoli sono caldi, difficile dire se farà male, ma ora non sento dolore. Mi basta questo. Mi basta aver trascorso un'ora dove il mio corpo ha viaggiato come una perfetta macchina e la mia mente è riuscita a staccarsene, poteva osservarlo correre o poteva spostarsi altrove, a visitare altre situazioni, ad incontrare altri pensieri, a vivere altre storie. Solo alla fine sono tornati ad riunirsi, lei più arricchita e lui più temprato. Magia della corsa, prodigi di un modesto podista alla ricerca di improbabili certezze.

martedì 14 febbraio 2012

La farmacia di turno

E' quasi mezzanotte, la neve scende densa come un sipario teatrale e quella dei giorni passati è accumulata in modo suggestivo ai lati delle vie. L'influenza del piccolo mi costringe ad uscire, ho bisogno di una farmacia, quella di turno a quest'ora. Faccio sempre fatica a sapere quella aperta. Non ho un quotidiano in casa, provo con internet ma reperisco dati che si contraddicono. Decido allora per un metodo più spartano. Sono già in auto, raggiungo quella più vicino a casa e leggo il display illuminato che intanto pubblicizza un miracoloso prodotto per i capelli. Nell'intermittenza successiva mi dice che la farmacia aperta, l'unica, è dall'altra parte della città. La musica della radio fa da sottofondo alla rigida e desolata notte cittadina. Davanti allo sportellino girevole collegato da citofono c'è diversa gente, tutti in strada, non si può entrare perché l'ingresso è sbarrato. Il marciapiede diventa la nostra anticamera. Un bel cartello avverte che si vendono prodotti solo dietro presentazione di ricetta medica e che verrà applicata una maggiorazione di qualche euro sulla vendita. Tocca a me. Parlo attraverso il microfono con quello che è all'interno. Lo sportellino si apre e mi invita a versare il denaro. La ricetta evidentemente non interessa. Mentre l'accrocco gira, mi sfugge un commento sul prezzo del prodotto, pure maggiorato dal servizio in turno. Non so se il duplex dell'interfono cattura il mio improperio. Al giro successivo arriva quello di cui ho bisogno.
Mentre sono di ritorno a casa mi accorgo di aver dimenticato di acquistare un'altro prodotto, ma rinuncio, lo prenderò domani, di giorno, in una farmacia più vicino a casa, sempre piena di gente anche quella, ma è decisamente preferibile fare la fila al caldo.
La mia sortita notturna mi fa pensare che se un servizio è così richiesto, così necessario, sicuramente anche così redditizio, l'offerta dovrebbe essere ben più ampia. In questi templi della salute si dispensano importanti consigli ed insieme si vendono i prodotti più disparati, dai giocattoli ai prodotti di bellezza. Si parla di liberalizzazioni, e tradotto dovrebbe voler dire prezzi meno cari e offerta più estesa. Speriamo che, a dispetto di interessi economici e dei protezionismi di parte, stavolta il "turno" delle farmacie sia arrivato davvero.

lunedì 9 gennaio 2012

La via del west



Alcuni appunti che ho scritto durante il primo viaggio dell'anno:
"Si parte verso le dieci da Alessandria dove il cielo è plumbeo e carico di pioggia. Verso Genova il sole, fastidioso solo sul parabrezza, mi ricorda che ho lasciato a casa agli occhiali scuri. Un pranzo veloce e di nuovo sull'asfalto, tra poco, finalmente, si abbandona la strada a pedaggio e si prosegue sulla Strada Statale numero uno. L'Aurelia, così la volle il console romano, è una delle più belle strade panoramiche che conosco. Ogni volta evoca storie di una ruralità che assomiglia molto a quella dell'epico west. Baracche, cascine, trattori e trattorie, butteri al posto dei cow boys. Si avvicina e si allontana dal mare senza mai lambirlo. Non è una litoranea, è una strada di passaggio. Non è fatta per ammirare il Tirreno, ma per condurre vite e racconti, progetti o miraggi, sogni e speranze. Qualche cartello scritto a mano libera redarguisce i progetti di trasformarla in autostrada, lucrare su questa via di comunicazione violentandone l'anima. La sua ragione di esistere non può essere delimitata da un casello di entrata e di uscita o sintetizzata su un ticket stampigliato. Tutto è disegnato sul suo scorrere: gli incroci a raso che costringono a rallentare con attenzione, le case addossate alla carreggiata o quelle col viale d'ingresso direttamente sulla banchina, segnato dai grandi pini marittimi che si scagliano sul cielo blu scuro, come un disegno a pastello coi contorni marcati in carboncino. In molti di questi casali mi piacerebbe sostare, vivere quelle storie di provincia per una mezz'ora, fare del mio spostamento la vera anima del viaggio. Avevo iniziato a farlo tempo fa. A Braccagni, vicino Grosseto, c'è una cascina con enormi statue in terracotta decisamente stravaganti, esposte nel giardino e sulla stessa facciata. Ci vive uno strampalato artista che a tempo perso costruisce anche case sugli alberi. Una sosta surreale e stimolante.
Poco dopo il confine con il Lazio c'è la mia solita uscita. Lascio la Route 1, la via dei pascoli, degli artisti, dei ribelli. Una parte importante del mio viaggio è già terminata, purtroppo. Avrei voluto fare una fermata in più, una pausa sotto qualche albero, due chiacchiere vicino qualche bancone da ristoro, poi invertite il senso di marcia e ripercorrerla ancora rivisitando le sue storie con la prospettiva capovolta. Ma sono tranquillo, so che è sempre lì ad attendere il mio passaggio ed a farmi rivivere i suoi racconti riscritti ogni giorno dai viandanti che ne fanno la loro strada maestra.

domenica 1 gennaio 2012

And happy new year


Una splendida giornata di sole ha accompagnato la nostra tradizionale corsa di inizio anno ed i consueti propositi sportivi.

giovedì 22 dicembre 2011

NATALE IN SARDEGNA. L'arrivo

Atterriamo che ormai è scuro già da diverse ore. Ricordavo che la notte in Sardegna è molto più buia e silenziosa che altrove. Il nostro è l'ultimo volo della giornata. Mentre ci attardiamo a sistemare il piccolo, l'unico bar aperto in aeroporto ha già spento le macchine e alzato le sedie; il personale con le divise in velluto si prepara a rientrare a casa. Sono lontani i mesi estivi della folla vestita a colori accesi e siamo, credo, gli ultimi ad uscire dalle porte girevoli. Fa freddo anche qui, ma il vento delicato che muove i nostri pesanti giubbotti lo rende molto diverso da quello umido di casa. Siamo pur sempre in una città di mare. Usciamo dalle sopraelevate di Olbia molto velocemente. Sulla statale per Cagliari i miei fari non superano il margine dell'asfalto. Scruto oltre ma tutto è impenetrabile e mi dispiace di non poter vedere il paesaggio circostante, selvaggio fino al misterioso, unico e irreplicabile. A volte ne sento il bisogno. Su una piazzola scorgo un'auto ferma e le voci dei miei passeggeri hanno una impercettibile esitazione. Ma nessuno dice nulla, perché non c'è nulla da dire se non, come già detto, che le notti da queste parti non sono le stesse che altrove.
Arriviamo a Nuoro e il suo svincolo periglioso mi ricorda ogni volta un preciso lato del carattere di questa regione. Scorgiamo, ben illuminata, la zona industriale e commerciale, il satellite di speranza della città. Un cantiere poco segnalato recinta i lavori di una enorme rotonda. Ognuna che si realizza diventa, qui, un evento e c'è anche chi continua a dire che i nuoresi non sono capaci di percorrerle. Probabilmente è vero ma anche da noi, in continente, nessuno sa guidare nelle rotonde e di certo ce ne sono di più. Il mio passeggero mi segnala, per tempo, una buca dell'asfalto che è impossibile scorgere da soli. Anche lui ci si imbatte ogni volta.
A parte i lavori la parte di città che attraverso mi sembra uguale, la riconosco. Anche l'albero di Natale all'inizio del corso è impietosamente uguale.
A casa mi sento all' improvviso tutta la stanchezza del viaggio e qualche brivido di febbre. Mi preparo una tazza di latte prima di dormire. È più bianco che altrove e penso alla neve che mi avevano detto avrei trovato e che invece, per fortuna, non c'è. Lo assaporo senza altro aggiungere al suo gusto, buono, decisamente diverso che altrove.
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martedì 6 dicembre 2011

Ruby tuesday

L'appuntamento è per le otto e mezza davanti all'ufficio. Sono un po' in ritardo, mi affretto perché non voglio che sembri abbia qualche esitazione. Il buon Davide è già lì che mi aspetta, stavolta non è per andare a correre come d'abitudine. Niente caffè, non si può ancora. Ci avviamo a piedi, è una giornata di inaspettato sole. Entrati nella struttura camminiamo con passo agile e veloce, facciamo slalom tra le molte persone presenti nel corridoio, la maggior parte piuttosto lente loro malgrado. Le indicazioni ci fanno arrivare alla nostra zona. Alla reception siamo facce nuove, non ci conoscono. "E' la prima volta?", rispondo di si, vorrei motivare, vorrei spiegare che l'ho detto e pensato almeno in un centinaio di occasioni, che ogni volta che parlavo con qualcuno che già lo faceva diventavo immediatamente in sintonia con la sua consuetudine, come fossi anche io un grande sostenitore, ma per il momento da esterno, giusto il tempo di trovare l'occasione per passare a farlo, tanto era già preventivato, quasi come se lo avessi praticamente fatto, solo da formalizzare l'atto finale, il momento vero e proprio, questione di dettagli e poi anche io potevo dire di averlo già fatto, anzi solo lasciandolo intendere, nemmeno sottolineandolo troppo perché non c'è nulla di cui vantarsi. Ma i sorrisi riservati per noi mi fanno desistere dal proferire inutili parole, mi rendo conto che non ce n'è alcun bisogno. La notizia che siano nuovi iscritti si diffonde immediatamente nelle altre stanze e ad ogni passaggio della trafila la sensazione di essere così considerati  fa svanire gli ultimi residui di rimorso. Sono seduto nel corridoio di attesa, leggo uno dei quotidiani a disposizione, vicino a me ci sono facce che non ho mai conosciuto, non tutti si guardano intorno come me, ma ciascun viso assomiglia ad un volto amico. Vengo chiamato, è passato un bel po' di tempo ma mi sembra trascorso pochissimo. Vengo fatto accomodare sul lettino, l'addetta alla mia stanza è poco cordiale, chiedo di utilizzare il braccio sinistro ma si spazientisce. E' la prima che non mi sorride, credo sia nervosa per via del comportamento di qualche sua collega, pochezze, ma in fondo quello è un luogo di lavoro come tanti altri. Il momento vero e proprio trascorre ancora più velocemente. L'addetta nel frattempo è cambiata, questa è di nuovo gentile, mi impedisce di alzarmi nonostante insista e mi porta un succo di frutta, fresco, biologico. Adesso ho quasi fretta di alzarmi, di spostarmi in quell'ambiente che sento già familiare, di dire arrivederci a tutto il personale sorridente e di uscire a testa alta. Alla fine ci concedono di passare in un'altra stanza, mangiamo, riceviamo raccomandazioni, mi siedo perché sento di farlo, ma è solo suggestione, sto benissimo, meglio di quando sono entrato. Siamo di nuovo fuori e si conferma una bella giornata, un vero peccato non andare a correre,  meglio di no oggi. Passeggiamo tranquilli godendoci le vie ormai riscaldate in questo pacifico giorno di sole, il primo da donatori.


venerdì 2 dicembre 2011

La giostra



Sono arrivate le giostre in città. Quest'anno si sono insediate in Piazza Santo Stefano, proprio in centro. Di solito vengono scelti luoghi più decentrati, anche più brutti dal punto di vista urbanistico. E' uno dei motivi, non il solo, per cui le giostre mi hanno sempre ispirato un grande senso di tristezza. Ci sono anche i tendoni scoloriti delle coperture, le insegne sbiadite delle attrazioni, la musica con quel suono metallico, artefatto, poco fedele, che sembra provenire da dischi taroccati e diffusi in un impianto che negli anni ha preso troppa umidità. L'audio, sempre alto, copre il terribile cigolio delle decadenti strutture in ferro, poco zincate e molto arrugginite. Il retro di ogni baracca svela sempre una inquietante magagna: un impianto elettrico provvisorio, tutt'altro che sicuro, qualche bullonatura assente, rattoppi di vario tipo, qualche attrezzo lasciato a terra a caso. Anche le facce dei gestori non mettono allegria, nei loro occhi scuri le istantanee dei luoghi dove sono stati si sono accumulate in ormai troppe lastre sovrapposte. Le giostre mi intristivano anche da bambino, o almeno così mi sembra di ricordare. Era l'evento che avrebbe dovuto rompere la monotonia di quei pomeriggi di provincia,   l'alternativa ad una offerta di divertimento già inesistente, una scusa per restare qualche ora in più fuori casa a scrutare i visi in chiaroscuro ai bordi o riconoscere le solite compagnie in attesa del giro successivo.
Spero che il piccolo non mi chieda mai di essere portato alle giostre, non voglio vedere il l'opaco scintillio della baraccopoli riflesso sul suo viso così curioso di ben altri passatempi. Sono certo che restando io neutrale all'evento non sentirà mai la necessità di partecipare a questo rito di svago che pure resiste al passare del tempo, alla modernità, alla tecnologia. Come se quella nomade carovana diffondesse nei suoi spostamenti di città in città la malinconia come fosse un virus, l'abitudine come fosse una cura, il divertimento come fosse un calmante.

sabato 5 novembre 2011

SimCity

Nel 2012 ad Alessandria si voterà per le elezioni amministrative comunali. I candidati alla carica di sindaco si sono già fatti avanti, ognuno col proprio schieramento, il proprio staff, background, le proposte, la foto che lo ritrae meglio.
In quasi tutte le grandi campagne elettorali, quella di Barack Obama ha fatto scuola, l'uso della rete ha giocato un ruolo molto importante ma dalle nostre parti l'accesso digitale non ha numeri sempre entusiasmanti. Coloro che frequentano il web sono però bravi a distinguere quelli che sfruttano la rete per dare una artefatta immagine di modernità da quelli che credono veramente che il web sia un grande strumento di trasparenza e di diretto collegamento con i cittadini. Di solito i secondi continuano a comunicare attraverso internet anche al termine della campagna elettorale.
In attesa che la competizione entri nella fase più calda e si apprezzino meglio le diverse proposte e programmi, ho dato un occhiata a come i candidati hanno scelto di utilizzare la rete per questa loro avventura.

Rita Rossa.
Oltre ad una massiccia campagna di tipo tradizionale (presenza sui giornali, manifesti), c'è un sito internet dedicato alle elezioni http://www.ritarossasindaco.it/, (con confezione di buon livello), una pagina Facebook ed un canale youtube. Lo staff aggiorna bene i contenuti, tiene nota dei luoghi dove si presenta, riprende e pubblica i suoi interventi, aggiorna l'agenda degli impegni pubblici. Macchina da guerra.

Giovanni Barosini.
Le gigantografie incollate sui palazzi ed in tangenziale sono sfuggite a pochi, ma la presenza in rete è affidata al sito del partito di appartenenza http://www.udcalessandria.it/. Non ho reperito, per ora, nient'altro. E' effettivamente abbastanza fotogenico e si presenta bene anche di persona, probabilmente è anche oratore convincente. Punterà esclusivamente a quello? Immaginifico.

Corrado Parise.
Sito internet dedicato http://www.pariseperalessandria.it/, diversi blog personali attivati su diverse piattaforme. naturalmente pagina Facebook e, unico caso riscontrato, un profilo Twitter attivo e vivace. Anche il sito è piuttosto prolifico: zeppo (fin troppo forse) di idee di programma, sondaggi,  interventi, commenti e, una chicca, avvenimenti locali commentati in ironici video dal gusto satirico-intelettuale. Da seguire.
Mauro Buzzi.
Sito internet dedicato http://alessandriabenecomune.it/ e pagina Facebook (che non si nega nessuno). Il sito però è, a mio avviso, uno dei più efficaci: grafica azzeccata, accesso ai contenuti intuitivo, pochi punti-programma ma ben collocati. Adeguato.

Per gli altri, Claudio Prigione, Renato Kovacic e Giovanni Rattazzo: nessun posizionamento reperito sul web. Latitanti, per ora.

mercoledì 2 novembre 2011

As Novembre goes by

Ogni anno il due novembre recito a memoria una poesia che inizia con "ogni anno il due novembre".
Tutto ha avuto inizio una sera di una quindicina di anni fa. Una grande camerata di caserma, dieci posti branda. All'angolo opposto al mio dormiva Antonio, napoletano dalla testa ai piedi. Quella sera appunto, non so perchè ad Antonio è venuto in mente di citare la poesia "La Livella" di Antonio De Curtis, in arte Totò. La narrazione dura diversi minuti. Si tratta di un testo piuttosto lungo che non va semplicemente ripetuto, ma recitato in modo intenso, interpretato con enfasi. E' scritta rigorosamente in dialetto e lui la conosceva a memoria, l'aveva appresa alle scuole elementari, pare fosse piuttosto in uso dalle sue parti. Dopo quella sera, tutte le successive, dopo che la luce delle camerate veniva spenta e poco prima che suonasse la tromba registrata del Silenzio, io, immancabilmente, dicevo "dai Antonio, fammela un'altra volta". L'intonazione della mia richiesta introduceva il momento più malinconico della giornata e la mia voce assomigliava a quella di Humprey Bogart quando in Casablanca dice "suonala ancora Sam". Il buon Antonio esitava, a volte si faceva pregare cercando di sottrarsi alla richiesta. Ma era tutta una finta, era "moina", perché rifarla piaceva molto anche a lui. C'era un'attimo di pausa, lui si schiariva la gola, faceva ancora una pausa. Tutti i presenti, nell'oscurità assoluta dell'enorme stanzone, rimanevano immobili, religiosamente zitti. L'interpretazione aveva inizio. Le pause della giusta lunghezza, i guizzi obbligatori della voce oppure le brusche interruzioni in alcuni punti esatti della poesia, tutto contribuiva a rendere magico quel decantare senza bisogno di alcun gesto visivo. Terminato il rito nessuno più aggiungeva un commento o una sola parola. Ognuno restava a fare i conti con con le sue incertezze. Con i suoi pensieri dei vent'anni, grezzi e spinosi come le pesanti coperte grige di lana che coprivano i letti ed irritavano l'epidermide.
A distanza di tempo, ad ogni persona che viene da Napoli chiedo se conosce la Livella di Totò. E' il mio metro per misurare la sua partenopeità e il suo amore per il luogo d'origine. A distanza di tempo, interpreto a mio modo la poesia, sdrammatizzo l'argomento della morte che vi è narrato, rivivo la ruvidezza delle mie speranze di ventenne.

mercoledì 26 ottobre 2011

About Facebook

Ieri sera l'argomento di conversation della lezione di inglese era Facebook. Arrivato il mio turno, ho detto che i miei amici scrivono continuamente un sacco di cose stupide. Ripensata in italiano, non è una frase di cui andare orgogliosi. È come dire che ho molti amici sciocchi, ma gli amici sono quelli che uno di solito si sceglie e quindi quelli che ci si merita. In realtà le cose sono un po' diverse. La maggior parte delle persone che ho aggiunto sono lì perché mi dispiaceva dire di no e perché alla fine non è così grave chiamare tutti amici ed averne pure un gran numero. È un fatto insito nel meccanismo del sito, nel significato deviato della parola amico, nel mio modo sicuramente snob di parlare di un luogo virtuale che essendo frequentato da tutti, annichilisce ogni illusione elitaria.
Nei rapporti con le persone sono alla costante ricerca di un arricchimento. È per questo che divento asociale quando ci si imbatte nel classico parlar di niente, oppure in cliché, luoghi comuni o frasi di circostanza. Su Facebook è ancora peggio, perché di solito la sequela di appelli accorati da leggere, di assurdi link da aprire, di patetici video da scaricare e di nostalgici epiteti da commentare, oltre a non arricchirmi, mi fa perdere un sacco di tempo. La teacher invece è entusiasta del social network. Vivendo in un paese straniero è il suo unico modo per tenersi in contatto con famiglia, amici, persone care, per non sentirsi isolata. Neanche io voglio sentirmi isolato, continuerò a visitare Facebook, saltellare tra gli aggiornamenti, mandare gli auguri agli amici che non vedo di persona, sorridere degli appelli improbabili, delle situazioni sentimentali complicate e degli stati d'animo perturbati. Cercando di accorgermi del tempo che scorre, uscire e dedicarmi a qualcuna delle altre inutilità quotidiane.

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mercoledì 19 ottobre 2011

Break Different

Lo Starbucks Coffee non sbarcherà mai ad Alessandria, ma adesso non ne abbiamo più bisogno. Certo, con la nota catena di bar potevamo sentirci parte di una grande comunità, seduti a sorseggiare il caffè lungo nel bicchierone di carta plastificata, col nostro computer portatile in navigazione internet, quell'aria da eterno viaggiatore, eterno studente, eterno utopico sognatore. Immersi nei nostri mille pensieri, nel capoluogo del basso piemonte così come a San Francisco oppure ad Hong Kong.
E invece tre ragazzi di queste parti hanno inventato l'IBar. Lo hanno disegnato con linee moderne, arredi essenziali, una grande vetrata che si affaccia su una strada di transito, di fronte ai giardini pubblici della stazione ferroviaria. Il concetto di viaggio c'è sempre. E anche vicino a molti uffici importanti della città, un posto dove è piacevole trascorrere la sosta veloce o la pausa pranzo.
Si sono ispirati, sin dal nome, alla filosofia Apple: pochi colori, il bianco domina; alcune frasi di Steve Jobs trasferite sulle pareti; una serie di Ipad sui tavoli e sui banconi ad uso gratuito dei clienti; la rete wi-fi. Eppure l'Ibar (sottotitolo Innovation bar and relationship) ha una linea nuova, merita di fare successo o di diventare, come i tre soci si augurano, l'inizio di una nuova catena commerciale. E poi in fatto di idee originali sembra che pure il grande Picasso un giorno abbia detto che i bravi artisti copiano, mentre i grandi artisti rubano.
Mi assicurano che di sera, con il deejay che diffonde le sonorità adatte,  l'atmosfera cambia completamente e le innovative luci d'ambiente stravolgano l'effetto diurno. Mi riprometto di provare l'esperienza. Nell'attesa mi gusto il caffè in tazzina: rigorosamente nostrano ed eccezionalmente buono.
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venerdì 7 ottobre 2011

In my shoes

Eccole: immacolate e brillanti, col profumo di plastica e gomma di buona qualità, con il fondo ancora lucido, tutte le scritte stampate in modo intenso, il laccio bianco candido e gli inserti colorati in evidenza, la forma e la silhouette intatte. Sono appena arrivate a casa e si apprestano a sostituire le vecchie gloriose scarpe da running che saranno costrette ad uscire e abbandonare il tetto che per quasi due anni le ha custodite. Da tempo mi sono imposto di evitare l'accumulo di oggetti non propriamente necessari. Quelli che dici "ma non si sa mai, possono sempre tornare utili", o "magari un giorno li vai a ricercare", oppure "poi qualcuno ne ha bisogno e te li chiede",  "teniamoli lì di riserva" e così via. Niente di tutto questo, prima ancora di riflettere sulle ipotesi di una futura utilità me ne libero in modo irreversibile. Non mi affeziono mai alle cose materiali e questo rende facile il distacco. Per questo paio di scarpe però è diverso e provo un piccolo fastidio ad abbandonarle al loro destino di rottame. Mi hanno assistito in un sacco di corse sofferenti, calzarle ed allacciarle con cura è stato il piccolo rito propiziatorio prima di ogni gara, riporle nello scaffale del buio ripostiglio un modo per farle riposare dopo lo sforzo sperando di ritrovarle più cariche al successivo. Si, per la scarpa è diverso. Vale un po' di più delle altre cose di cui ci circondiamo. In inglese si dice "nelle sue scarpe" per dire di stare al posto di qual'un altro; "la salute e un paio di scarpe nuove" è un proverbio che ricorda l'essenziale che dovrebbe stare davvero a cuore.
Forse imbustandole per l'indifferenziata farò finta di dimenticarmele in qualche angolo oppure appoggerò anche queste fuori dal portone aspettando che il solito misterioso passante le porti via soddisfatto. Le mie scarpe vecchie, disfatte ed impolverate, mi chiedono mestamente di poter continuare a dire la loro.

giovedì 6 ottobre 2011

Stay Jobs

Solo ieri sera avevo chiuso il libro "Nella testa di Steve Jobs" a pagina 185 prima di addormentarmi. Avevo deciso di leggerlo quando quasi due mesi fa il CEO aveva lasciato la sua Apple. Pensai volesse uscire di scena per permettere alla sua creatura di andare avanti accompagnata da qualcun'altro così da sopravvivergli e farlo sopravvivere. Sono entrato nel suo mondo fatto di meticolosità, eccellenza, fiuto, genialità. Un giorno parlerò al mio piccolo citando il suo leggendario discorso ai giovani della Stanford University. Bisogna seguire le proprie intuizioni e il proprio cuore; il tempo a nostra disposizione è troppo limitato per sprecarlo vivendo la vita di qualcun'altro. E il suo tempo è stato ancora più breve e nonostante questo la sua esistenza è bastata a lasciare un così grande segno per tutti. Lo hanno chiamato genio, lungimirante, visionario. Non ha anticipato il futuro, lo ha solo disegnato secondo la sua visione, non secondo i bisogni della massa. Non credeva ai sondaggi, la gente non sa quello di cui ha bisogno semplicemente perché non è stato ancora costruito, quindi è inutile chiederglielo. Non ha dato prodotti di consumo ma oggetti pensati per la felicità del loro utilizzatore. Non per complicargli le cose ma per semplificare il suo interagire con la realtà. Una missione, una necessità dell'intelletto che è riuscita anche a fregarsene del business a tutti i costi. Una unicità così magnifica che da questa notte non esiste più, e che invece resterà per sempre.
RIP

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mercoledì 28 settembre 2011

Cinque buoni motivi per..

Martedì tardo pomeriggio Torno dal lavoro con tutta la voglia di rilassarmi nel modo più statico immaginabile. Ma una emergenza domestica mi attende e su delega ad personam da parte della Mari, mi ritrovo catapultato da Media World, reparto aspirapolveri. Dopo una verifica delle caratteristiche tecniche e della fascia di prezzo, individuato il modello che mi sembra adatto alle nostre esigenze, chiamo l'addetto al reparto per chiedere qualche informazione aggiuntiva. Il giovane dall'aria competente conferma il fatto che la mia scelta è ricaduta proprio sul modello col miglior rapporto qualità prezzo "che occhio, si vede che lei se ne intende di cose tecniche" è il suo sottointeso commento, prima lezione del corso rapido da venditore di elettrodomestici. Soddisfatto dal rinforzo positivo appena ricevuto chiedo di portare via l'oggetto ma, ahime, mi dice che è appena terminato "quel modello è andato a proprio ruba" e ancora "se vuole.. le posso dare quello esposto". Ecco, ci sono circostanze e situazioni nelle quali si commettono errori che mai e poi mai avremmo immaginato di poter fare. Ma succede anche ai migliori. Portato a casa l'oggetto e fieramente mostrato alla consorte, ha avuto inizio il mio calvario, personale e spirituale. Nella fase di elaborazione del nefasto evento ho deciso di scrivere, a memoria ed utilità futura, i miei cinque buoni motivi per cui non si dovrebbe acquistare mai, e sottolineo mai, l'ultimo oggetto esposto sugli scaffali:

 1. Qualcosa manca sempre. L'elenco dei componenti che dovremmo trovare nella scatola di solito è indicato nella documentazione del prodotto ma non sempre tutte le parti incluse sono specificate con chiarezza. Più spesso le mirabolanti fotografie impresse sulla confezione, quelle che servono ad attrarre il cliente, ritraggono l'oggetto in modo non realistico, aggiungono pose e componenti che non solo non si trovano nella confezione, ma addirittura non sono stati ancora inventati. Il dubbio di non avere tutte le parti, anche quelle che mai e poi mai avremo occasione di utilizzare, ci accompagnerà per tutta la vita.

2. Qualcuno lo ha aperto al posto nostro. Esistono appositi studi su come rendere il prodotto familiare già a partire dall'apertura della scatola e dall'estrazione dei pezzi. E' il cosiddetto unboxing, molte aziende vi fanno ricorso. L'ordine non è casuale ma studiato perchè le parti si presentino con un preciso ordine: il cavo di alimentazione, subito dopo il corpo elettrico dove inserirlo, poi il manico da agganciare al corpo elettrico estratto poco prima, e così via, tutto per rendere user friendly l'oggetto. Ma nulla di tutto accadrà dopo il nostro acquisto disgraziato. Quando il commesso lo riporrà alla bene e meglio nella scatola per farcelo portare alle casse, l'ordine dei pezzi sarà assolutamente casuale, nessuna delle parti verrà rimessa nel polistiirolo nel giusto ordine, quella sequenza che crea un incastro perfetto è assolutamente irriproducibile una seconda volta. La magia dell'unboxing è perduta e gli sfortunati possessori sono condannati ad un eterno rapporto poco amichevole col prodotto.

3. Il prodotto esposto è a disposizione di tutti. Chiunque può guardarlo, ma anche toccarlo, smontarlo, accenderlo. In realtà nessuno prova il prodotto sullo scaffale, anche perchè manca l'alimentazione, ma quando, nel suo futuro utilizzo, si udirà qualche strano rumorino, la presunta causa non starà nel fatto che abbiamo acquistato un prodotto economico e che se volevamo qualcosa di più affidabile dovamo spendere di più. E anche quando la funzione per la quale il prodotto è stato creato non sarà svolta impeccabilmente, non dipenderà da una qualche mancanza del suo utilizzatore. In tutti questi piccoli episodi, non propriamente ascrivibili alla categoria  malfunzionamenti, ci verrà certamente ricordato che "quello" è un prodotto "usato". E' il prodotto che chiunque, nelle lunghe giornate di apertura del negozio, può aver guardato, toccato, utilizzato, manomesso o solo aver piegato lievemente qualcosa all'apparenza insignificante, ma con un inesorabile effetto secondario di tipo degenerativo.

4. Quando decidiamo per l'acquisto, riteniamo che l'oggetto sia effettivamente nuovo e sia stato aperto giusto per essere esposto. Solo quando ci presentiamo alle casse scopriamo che la maggior parte delle volte la confezione è stata aperta provocando una rottura irregolare del cartone e che questo strappo è stato rattoppato con del nastro da pacchi. Naturalmente il prodotto è integro, anche in caso di guasto la garanzia è salva, eppure non appena usciti dal punto vendita le diverse persone che incontreremo, nell'ordine, conoscenti che casualmente sono fuori dal negozio, il vicino di casa che ci apre il portone per aiutarci ad entrare, la moglie di quest'ultimo che incrocianmo sulle scale, i familiari che proprio in quel momento, evento raro, si trovano tutti a casa, tutti poseranno il loro sguardo su quel rattoppo, senza dire nulla ma lasciando a voi la libera interpretazione del loro pensiero. L'autostima è fortemente  a rischio.

5. Capiterà senz'altro di fare bella mostra del nuovo acquisto con gli amici che faranno visita .  E ci sarà senz'altro uno di loro che dirà la frase: "bello, sono stato anche io in quel negozio ma questo modello non l'ho proprio visto". Ed è altrettanto probabile che ci sarà qualcuno della famiglia che proferirà, più o meno  ingenuamente, le parole "si infatti, questo era l'ultimo esposto". Le facce dei presenti assumeranno immediatamente quell'espressione impercettibile eppure inequivocabile che, unito alla parola "ah..", in tutte le culture del mondo sta ad indicare un solo riprovevole pensiero: "io non lo avrei mai preso".  Se a questo imperdonabile errore comunicativo non aggiungiamo prontamente la frase "sono riuscito ottenere un grosso sconto per questo motivo" (peraltro tutti sanno che le grandi catene difficilmente effettuano questo tipo di contrattazione), invece che assumere l'aspetto di scaltri fiutatori di affari,  torneremo ad incarnare perfettamente quello che era stato il primo giudizio silentemente espresso: un perfetto pirla.

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martedì 13 settembre 2011

Asilo republic

Sono le otto di mattina e fa già caldo. E’ quasi la metà di settembre e l’estate si trastulla in maniera adorabile. Accompagno il piccolo al suo secondo giorno di nido. Lo hanno assegnato ad un asilo in centro, quindici minuti a piedi cercando di percorrere le strade meno trafficate. Più avanti proveremo ad andarci in bicicletta, sarà divertente imbacuccarlo a dovere per coprirlo dal freddo, caricarlo dietro nel suo bel seggiolino tecnico, allacciargli le cinture ed il caschetto in tinta con il telaio. A me e a David non piace il caos delle auto in sosta selvaggia davanti alle scuole all’orario di ingresso e uscita, i SUV a motore acceso, i clacson. Anzi, in centro le automobili non ci piacciono per nulla, nemmeno quelle piccole, o quelle con l’autorizzazione del Comune sopra al cruscotto, o quelle che scaricano solo e poi ripartono subito, o quei furgoni così grandi che consegnano continuamente pacchetti così piccoli. Adoriamo vivere in centro ma non amiamo le auto e il veleno che queste ci fanno respirare.
Sono davvero due concetti incompatibili tra di loro?
Comunque andare al nido lo diverte, si troverà bene, fa già dei sorrisi enormi quando intravede le nuove maestre. Il servizio naturalmente è a pagamento e la quota è stabilita in base al reddito. Infatti, sempre in mattinata, mi presento in Comune per ritirare il bollettino di pagamento della retta. Davanti a me c’è la mamma di una bimba che va nello stesso nido. E’ straniera, il fazzoletto le copre il capo e si ricompone elegantemente alla base del suo giovane volto, dove mostra sempre un sorriso compito. Nell’ufficio non c’è molta privacy, l’ambiente è piuttosto familiare, succede nelle città di provincia. Per questo mi capita di ascoltare quello che l’impiegata dice alla ragazza. E’ veloce e subito dopo tocca a me. La sua quota mensile è di cinquanta euro, la mia di quattrocento. Anch’io non dico altro, ringrazio ed esco. Sono contento che quella ragazza usufruisca, come me, di un servizio di buon livello. Il fatto che sia straniera mi fa solo ritenere che ha sicuramente fatto grandi rinunce per essere qui, che di sicuro le piace lavorare e che lo farà anche suo marito, e tutto questo per offrire migliori  opportunità di integrazione e di futuro per i loro figli. Sarei pure orgoglioso di vivere in un Paese dove tutte le sue speranze vengono agevolate, ma il fatto che paghi otto volte in meno della mia quota mi fa pensare che proprio tutto bene non va. Visto che nessuno, nemmeno un single, riuscirebbe a vivere col mio reddito diviso otto, c’è la possibilità che dietro il sacrificio di quella famiglia ci sia un datore di lavoro che non fa tutte le cose in regola. Evade le tasse quando sfrutta il lavoro di famiglie come la loro, gli nega l’assistenza, e fa danno due volte, perché nella mia quota c’è la compensazione dello squilibrio sociale che il sistema ingenera.
E’ davvero così difficile rendere la vita più difficile agli evasori?
Esco e mi avvio a pagare il dovuto. Fuori dalla mia libreria di fiducia trovo una fila enorme di genitori alle prese con questioni “educative”, le scuole hanno appena riaperto i battenti. Un papà che conosco è in coda per ritirare gli ultimi libri delle sue figlie. Ci tiene che inizino con tutti i testi a disposizione. La più grande fa le medie e ne ha in lista diciotto. Chiedo se per caso l’ha iscritta al MIT di Boston, ma pare sia un numero normale e mi dice di tenermi pronto perché più avanti toccherà anche a me e di certo non diminuiranno il prezzo di copertina. Lui spende circa cinquecento euro per entrambe. Mi spiega che solo qualche autore mette i testi a disposizione su internet, ma che il costo per stamparli  e rilegarli non è molto più basso del prezzo di acquisto. Penso che sarebbe molto più semplice far utilizzare ai ragazzi un e-book reader, che tra l’altro si usa anche  l’anno dopo, anche acquistato dai genitori, magari ad un prezzo speciale per un così cospicuo gruppo di acquisto. E poi i testi digitali comprati dalla scuola pubblica e distribuiti agli alunni. Il compenso dell’autore sarebbe sicuramente salvo, quello di tutti gli altri intermediari che ci sono intorno forse meno, ma non è ora di iniziare a scardinare tutti quei centri di interesse che rallentano la modernità e con questa la qualità della nostra vita?
Il mio interlocutore risponde al mio suggerimento  con una domanda, ed è la quarta e per oggi direi che può bastare, devo tornare veloce a casa e correre al lavoro:
“Ma secondo te, quelli là lo sanno che cos’è un e-book?”
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