domenica 15 novembre 2009

Venite parvulus


Credo proprio di aver preso tutto. Non mi resta che chiudere la valigia e mettermi in viaggio, almeno sette ore, sotto un cielo che non promette nulla di buono. Nel caldo dell'abitacolo spedito come un pacco apparentemente ben protetto dal destino avrò tempo di pensare a lungo, fantasticare su idee, cose da fare, viaggi e progetti più o meno sensati. Questa parentesi lavorativa durerà ancora cinque settimane: costretto ad un corso di aggiornamento decisamente lungo per il quale, inconsapevolmente, ho io stesso fatto in modo che la scelta ricadesse su di me. La solita storia, o meglio illusione, del voler seguire ed avere coscienza di tutto quello che accade intorno, l'idea di poter leggere il proprio nome tra i protagonisti del film (almeno da qualche parte nei titoli di coda) o solo la necessità di sentirsi appagato fornendo, in qualsiasi momento, la risposta più soddisfacente alla domanda giusta. Sindrome da docente, direbbe qualcuno.
Ieri pomeriggio mi sono imbattuto nella caricatura di questo soggetto teatrale in una chiesa di Novi Ligure. Eravamo entrati per cercar tepore ma come spesso accade quando si fa ingresso in un tempio, capita di essere trattenuti dal magnetismo dei fasti e delle sacralità di epoche lontane. A passo quasi sordo tra gli altari del Mistero, a testa in su tra le tele buie e drammatiche, una silenziosa concentrazione indotta più che voluta. L'uomo che sta spegnendo i ceri si avvicina a noi sussurrando alcune notizie di carattere storico sull'edificio. Per gentilezza lo ascoltiamo con un po' troppo interesse ed è questo il nostro unico passo falso; si interrompe dicendo di dover chiudere le porte di ingresso ma ci intima, sussurrandolo, di restare immobili ad aspettarlo. Ad una ad una serra le mandate rumorose degli ingressi, spegne con cura ogni luce nascosta dietro i marmi scolpiti e torna inesorabilmente verso di noi con il ghigno soddisfatto di chi sta per portare a compimento il più riuscito sequestro di persona plurimo a scopo di elevazione culturale e spirituale. La narrazione delle origini della chiesa, delle opere ivi contenute, dei grandi pittori che vi hanno lavorato, degli incendi susseguitisi nei secoli e delle razzie compiute dai vari imperatori è, pur se vasta ed ammirevole, tutt'altro che scorrevole e ben collaudata. La sua versione è tratta da un grande ed immaginario libro che egli stesso produce ed è costretto a riscrivere ogni volta a causa di date, nomi e luoghi, cancellati dal tempo e dall'umidità penetrante. Il racconto inceppato, spesso sbloccato da nostri suggerimenti sulla possibile parola da inserire, si protrae nei sotterranei della chiesa, nei cunicoli tetri che si aprono su stanze di nuovo splendore, attraverso scale a chiocciola di vecchi mattoni che conducono a segrete celate da effetti ottici, sotterranei e soppalchi contenenti stupefacenti tesori, lunghi e oscuri corridoi nei quali sono depositate una quantità eccessiva di quadri su tela, tutti all'apparenza dal grande valore artistico. Dietro l'ennesima apertura cigolante, quando ormai la monotona serata si era da tempo trasformata in un racconto del miglior Kafka, compare un uomo imbacuccato da parroco che, pur facendoci sobbalzare dallo spavento dell'apparizione, redarguisce il custode ormai completamente invasato e ci libera dalla morsa dell'auto-eletta sovrumana guida, permettendoci di uscire da una porta magicamente presente appena dietro di lui.
Siamo ora in strada, di nuovo all'aperto, ma impieghiamo più di qualche minuto a ritrovare l'orientamento e la corretta cognizione del tempo. E' piuttosto tardi e cercando di tornare al luogo dove abbiamo parcheggiato percorriamo le vie centrali della cittadina che, dopo l'esperienza di oggi pomeriggio, non ci sembra davvero più la stessa.

lunedì 19 ottobre 2009

Marengo Half Marathon 2009


La sua caratteristica principale è la monotonia. Strade piatte spesso uguali, tratti poco distinguibili e paesaggio dal pattern ridondante: villette, campi lavorati, fabbriche, campi, villette.
Anche i cartelli di protesta degli operai della Texo, disseminati un po' ovunque, rientrano amaramente nella sintesi del territorio. Non conosco i particolari della vicenda ma l'occupazione dello stabilimento a rischio di fallimento sembra essere la vera impresa di questi giorni.

Riguardo alla nostra gara, ci siamo trascinati fino al traguardo con piatta sofferenza. Risultato poco degno di nota, qualche momento di atletico orgoglio e tanta, tanta fatica.

sabato 10 ottobre 2009

Modernità invisibile

Torino è il perfetto luogo dove ambientare la rappresentazione della città del futuro. Penso che le idee vincenti siano quelle scelte che recuperano valori passati supportati da tecnologia della più avanzata, purché questa resti rigorosamente latente. Viaggio per le vie del centro su un mezzo leggero, completamente meccanico, che basta a se stesso. Però è progettato e costruito grazie all'utilizzo delle ultime tecnologie. Usiamo un triciclo che non ha bisogno di combustibili, nessun tipo di trasformazione elettrica, nemmeno una pila. Il suo ciclo vitale è perfetto perché essenziale; la tecnologia rigorosamente nascosta, quindi latente.
La filosofia è applicabile a più realtà, perché ovunque c'è necessità di recuperare il senso di cose concrete, semplici fino all'eccesso, almeno al primo impatto. Non voglio, per esempio, perdere il contatto con un libro fatto di fogli da maltrattare, oppure con un museo dove camminare ossequiosi tra oggetti fatti di materia e odore. Eppure se leggo il nome di un luogo o osservo un quadro ed ho voglia di conoscere le storie alle quali mi rimandano, non ho che da sbirciare discretamente il dispositivo che porto in tasca oppure ascoltare la voce sintetizzata che mi arriva sussurrata dal diffusore da museo nascosto sotto la panca al centro della sala espositiva.
Accanto al mondo reale, ancora l'unico in grado di realizzare la mia felicità, quello più virtuale è al mio servizio per rendere il primo più semplice e più accessibile: a completa ed assoluta disposizione ma sono nel caso in cui ne senta davvero il bisogno.

sabato 3 ottobre 2009

E per tetto un cielo di stelle

lunedì 21 settembre 2009

The dream





Come spesso mi accade, sono le istantanee di situazioni quotidiane ad ispirare i pensieri più intimi. Le riflessioni più compiute sono invece quelle non espresse: trasferite con uno sguardo o con un gesto, con una tensione della voce, con un sospiro intonato per l'occasione.
In questa c'è il futuro, il passato ed il presente. Ci sono io, metaforicamente, e c'è una idea che si è fatta man mano più concreta in chi mi è più vicino. Poi c'è il compiersi di un sogno infantile, forse il vero senso dei nostri sforzi farneticanti. Infine c'è l'infrangersi di una storia che lascia a terra più di una rovina.
Il caso, presentandosi come inaspettato e imprevedibile, ci inganna subdolamente sbattendoci addosso eventi che il più delle volte siamo noi ad aver voluto. Quel sogno, la cosa più concreta che ci resta, anche se sopito, ha la forza di tramandarsi, provare a compiersi di nuovo e ancora reincarnarsi in un'altra storia: assecondarlo è la cosa più grande, e anche più facile, che possiamo fare.

domenica 13 settembre 2009

Il Giro del Morto



In una serata di tardo autunno di molti anni fa alcuni amici stavano correndo sulle colline appena fuori da Alessandria. A parte le villette dalle alte inferriate e le cascine ristrutturate con cani da guardia e piscina, la campagna che attraversavano non doveva essere molto diversa da come si presenta adesso. I freschi sentieri che costeggiano i campi arati lambiscono il bosco quercioso; poi si insinuano nella macchia, diventano improvvisamente ripidi e ancora scoscesi appena dietro una curva. Il notevole dislivello e la vegetazione carica di umido fanno illudere che ci si trovi in un luogo diverso della modesta collinetta poco lontana da una città stesa su di una pianura senza fronzoli, a poche decine di metri sopra il livello del mare.
La nebbia doveva aver assunto, con l'affievolimento della luce del giorno, una consistenza maggiore che forse attutiva persino il rumore dei passi incalcati uno dopo l'altro sullo spesso tappeto di grandi foglie tostate. Non c'erano altri suoni se non gli affanni, pesanti e ritmici, dei quattro. Uno di loro, quello più avanti, scorgeva nella radura qualcosa di scuro, di forma allungata, uno strano fagotto di certo fuori posto. Il suo passo rallentava in modo involontario e impercettibile. L'ombra informe dalla quale il suo sguardo non riusciva a staccarsi prendeva, in pochi secondi, le forme di un uomo grevemente vestito e steso per terra in modo disarmonico. Il suo sussulto spezzava il respiro cadenzato e faceva alzare la testa, appena intorpidita, di tutti gli altri. Le parole, più che altro spezzoni di frasi mal calibrate a causa del fiatone, impiegavano un po' ad uscire. La tensione dei pensieri e dei muscoli cardiaci che continuavano a correre mentre tutti si erano fermati, lasciava un'atmosfera sospesa e quasi irreale. Si stringevano ed indugiavano, poi, destandosi nella forza del gruppo, si avvicinano all'erba alta oltre il primo solco che arginava la stradina.
Da quel momento le mosse, i pensieri ed i commenti prendono forme diverse in base a come l'episodio, pur se di poco conto, è stato più volte raccontato negli anni a venire, facendo rielaborare e deformare i ricordi di quella sera. Anche lo spaventapasseri, trascinato a terra da una folata o da una tempesta, vestito di panno nero o di velluto, con cappello a larga tesa oppure con la testa avvolta in una sciarpa di lana grezza, sembra sia sparito la mattina successiva, mai più ricollocato in quella parte di campagna e mai più sentito nominare dai contadini della zona. Allontanatosi, probabilmente, a causa di qualche altro strano evento naturale, tra la foschia penetrante di queste piccole ma enigmatiche colline, appena fuori dalla città.

Questa la mia elaborazione di un aneddoto che questa stamattina uno degli organizzatori storici della gara podistica "Giro del Morto", al quale avevamo chiesto l'origine del nome della corsa, ci ha gentilmente raccontato.

sabato 5 settembre 2009

De profundis


Caro Amico lontano,
mentre ti scrivo vedo sullo sfondo i colori dorati, a tratti polverosi, della campagna viterbese sul finire di questa caldissima stagione. Sono nove giorni che siamo nascosti nel nostro nuovo rifugio agreste. Volevamo scoprire se il contatto quotidiano con la natura poteva attagliarsi alle esigenze e alle abitudini di vita che negli anni abbiamo artificialmente acquisito; se questo può essere il luogo dove un giorno vivere serenamente insieme a valori recuperati dal passato o se resterà un pittoresco "buen retiro", una fuga momentanea dalla frenesia, il posto dove meditare, scrivere pensieri o rimanere seduti sull'erba immersi nelle pagine di un libro. E proprio la lettura, il riposo, poche parole tra intimi, sono le nostre occupazioni attuali. Non abbiamo televisione, nemmeno la radio, con la quale ero abituato a convivere morbosamente, non si sfogliano quotidiani da giorni. Tutto, intorno a noi, sembra essersi calibrato in modo da scorrere il più lentamente possibile. Ma questo travolgente e immoto susseguirsi del tempo si interromperà, brutalmente, domani col nostro rientro in città. Lunedì le facce delle persone, gli spostamenti già segnati, i gesti scanditi e le frasi sempre uguali torneranno a far parte del nostro mondo conosciuto, lasciando solo pochi e fuggenti istanti per chiedersi che cosa ha un senso e che cosa no.
Un rapido cambiamento del cielo ha ora portato un temporale rumoroso ed una pioggia che pare arrivare da secchi con grandi buchi. Era il segnale che attendevo. Ora son certo che da domani, insieme alle cose più monotone, torneranno anche le certezze che ci rassicurano, le piccole solidità conquistate nel tempo, le poche persone fidate con le quali centellinare intesa e condividere fragilità.
Tutto questo, son certo, sarà il senso anche del tuo rientro che attendo, pertanto, con impaziente ed irrequieta noncuranza.